La Cascata della Vitella d’Oro così come le altre emergenze idriche della zona, viene alimentata dalle falde idriche profonde, a loro volta alimentate dalle acque meteoriche e di fusione delle nevi che penetrano facilmente nelle rocce calcaree fessurate e carnificate. La cascata è la parte terminale di un lungo fiume sotterraneo ce si getta ed alimenta il fiume Tavo che a sua volta nasce più a monte all’interno del profondo Vallone d’Angora.
La leggenda narra, fin dalla notte dei tempi, che ad alcune donne intente ad attingere acqua con una conca, nei pressi della cascata, all’alba del giorno di san Giovanni, apparve una piccola vitella di colore giallo-oro, da cui il nome dato al salto d’acqua.
Altri studi attestano che “la vitella è solo “sentita” nei pressi della rupe, sotto la quale s’infila, rumoreggiando, l’impetuoso torrente dal quale sembrano levarsi muggiti. Più chiaro e semplice è l’appellativo “d’oro”, ipotizzandosi nel fiume, sabbie o filoni auriferi” (C. Greco).
L’ultimo secolo ha visto di molto modificato l’ambiente circostante. L’interesse per l’area cominciò nei primissimi anni del secolo scorso, quando iniziarono i primi lavori di modifica dell’alveo per la captazione di parte delle acque del fiume Tavo che, convogliate tramite un canale ad una condotta forzata, alimentavano più a valle, una centrale idroelettrica. Molto più tardi, e siamo alla fine degli anni ’60 inizio anni ’70, l’esigenza di acqua potabile da parte delle popolazioni della costa, portarono alla captazione ed allo sfruttamento di essa, attraverso un complesso sistema di gallerie, con notevole danno per il paesaggio. L’aumento del prelievo di acqua, nel corso degli anni, per il sempre maggiore fabbisogno e l’abbassamento delle falde acquifere dovuto essenzialmente alla contemporanea costruzione dei tunnel autostradali sotto il Gran Sasso, hanno ulteriormente diminuito la portata del fiume ed impoverito il suo corso fino al mare con conseguente distruzione dell’habitat naturale.
Testo Legambiente Farindola